Silvia Napoli su POLIS 2026, “Facebook, 15 maggio 2026
Silvia Napoli, Facebook, 15 maggio 2026
“In realtà non ho finito di aggiornarvi sullo scorso weekend, che già siamo a quello nuovo. Il tempo si muove veloce, i festival e le tavole rotonde si accavallano. POLIS è sempre un bel modo di denominare un festival per una classicista sotto mentite spoglie come me. Siamo dunque a Ravenna e per l’organizzazione veramente coccolosa di ErosAntEros. Non vi è termine migliore per definire lo staff di accompagnamento a questa edizione. Questa volta l’affondo è stato su paesi nord europei comprendendo l’area baltica. Massiccia la presenza femminile nei ranghi teatrali e culturali di questi paesi a tutti i livelli, ma sorprendenti gli esiti di un panel in cui ascoltiamo una rappresentante svedese asserire che, del resto come da manuale di storia, l’epoca d’oro della condizione femminile sono stati gli anni ’70 nel glorioso trentennio. Quello del welfare universale per intenderci. E forse non c’è niente di cui stupirsi dati i nessi sempre più evidenti tra politiche di sicurezza e benessere sociale e pratiche culturali: nel mezzo, coagulante e ferita trasversale insieme, la condizione dei generi. A questo proposito a diretta domanda, no, non risulta esistano tra questi sette paesi associazioni che potremmo definire di advocacy come la nostrana Amleta impegnata a tutto campo in una richiesta di implementazione di visibilità femminile e nello stesso tempo baluardo di denuncia per i soprusi che si operano a livello di dignità della persona complessivamente intesa. Impegno intellettuale e resa spettacolare si alternano per tutto il tempo del festival in una dimensione comunitaria davvero bella. Difficile raccontare tutto, per quanto il mio tutto sia poi limitato e parziale, del festival. Ci sono tanti momenti, tanti flash tra chiacchiere, stanchezza, visioni, persone ritrovate e ombrelli perduti che si imprimono con dolcezza. O con accanimento barbarico. Siamo sospesi tra le memorie struggenti e personali di sradicamento che vogliono farsi collettive di Camilla Parini e l’estraneità di genere, di civiltà, di postura della Medea da Müller di Tomšič che ridefinisce anche un uso del corpo e del nudo in scena come già ci era capitato di constatare per Gallerano. Ma non si può quando si racconta di POLIS, esimersi soprattutto dal descrivere le matinée che poi diventano pranzo romagnolo al Teatro Socjale di Piangipane. Una festa degli occhi, del cuore, del palato, al tavolo con gli amici forse di una bolla ma con cui è bello scambiarsi impressioni e recensioni.
La storia stavolta è in scena e agita dalla compagnia Minasi, dunque italianissima, ma in effetti il Baltico c’entra nei protagonisti della vicenda. Così come il freddo e la miseria di una sfrontata gioventù bolscevica. Se non la conoscete, ma qui nel cortile di FB, qualche amico ne aveva parlato, vi consiglio di documentarvi su una vicenda di rara intesa di intelletto e sentimento che è uno, ma non il solo dei temi della conferenza spettacolo incentrata sulla figura di Asja Lacis. Incastonato nella Storia maiuscola e nel problema di una resa teatrale della stessa, sta questo affaire tra la protagonista e uno dei giganti del pensiero novecentesco e non solo, ovvero Walter Benjamin. La fine è tragica e nota, solo cinque anni dopo i fatti Asja saprà da parte di Bertolt Brecht della morte autoinflitta per mezzo di 31 pastiglie di morfina del mitico autore di Infanzia berlinese e di molto altro. Lo spettacolo è un’anteprima assoluta e si dovrà rodare ma ribadisce anche attraverso la Politica, l’Amore, il Sapere, tante categorie così assolute da averne paura, che la pratica teatrale è realmente una sorta di lievito trasformativo capace di plasmare relazioni, come fu in quel celebre caso. Privato fino a un certo punto, tanta l’esposizione pubblica politica dei soggetti coinvolti e di teatro, di cui credo si dovrà ancora molto parlare, poiché questi tempi complessi abbisognano di alleanze inedite tra tante discipline differenti”.