Nicola Arrigoni su POLIS Teatro Festival, “Sipario”, 18 maggio 2026
POLIS Teatro Festival, una vetrina fra Baltico e Scandinavia, “Sipario”, 18 maggio 2026
“Tra città e città / dopo il muro l’abisso / vento sulle spalle la mano / estranea sulla carne solitaria / l’angelo lo sento ancora / ma non ha più altra faccia che / la tua che non conosco. Così Heiner Müller ne L’angelo senza fortuna 2, nella raccolta L’invenzione del silenzio. Poesie, testi materiali dopo l’Ottantanove (Ubulibri, 1995).
Perché iniziare da Müller? Non solo perché ErosAntEros, all’interno di Polis Teatro Festival, ha portato in scena Materiali per Medea dell’autore tedesco, trasformato in melologo per voce e corpo da una conturbante Agata Tomšič, ma soprattutto perché il pensiero di Walter Benjamin e il suo Angelus Novus — quell’angelo della storia che, sospinto dal vento del progresso, volta le spalle al futuro per osservare le macerie lasciate dietro il suo passaggio — intessono la riflessione geopolitica ed estetica della nona edizione del festival. Tema: Nordic Focus, ovvero una monografia sulla drammaturgia dei Paesi baltici e scandinavi.
Greta Thunberg e un orso compaiono nel disegno che fa da locandina al festival, realizzato da Gianluca Costantini. E quell’orso richiama Je suisse (or not) di Collettivo Treppenwitz, performance per due spettatori alla volta, dove Camilla Parini, indossando un costume da orso polare e con l’aiuto di un album fotografico, sfoglia insieme agli spettatori ricordi e concetti di famiglia, appartenenza identitaria e memoria. Ciò che emerge è il sentirsi sempre stranieri, il non appartenersi, un senso di spaesamento e perdita di orizzonti certi che neppure le fotografie di famiglia possono lenire.
E se l’attrice col costume da orso va cercando sé stessa e racconta una condizione di neutralità esistenziale e identitaria, la Medea di Müller è la straniera, è colei che tutto ha sacrificato al proprio uomo e che si ritrova abbandonata, estranea al mondo che ha scelto e non più parte del mondo che l’ha generata e nutrita. È la condizione del migrante, dei popoli senza più terra. L’attrice, sostenuta dalle musiche di Matevž Kolenc, costruisce una partitura fisico-vocale che non concede tregua, che urla la condanna del margine, dell’esclusione, del tradimento. Agata Tomšič fa di tutto questo un canto feroce, un affacciarsi su un Oriente lontano e magico, dorato e misterioso, che frequenta l’abisso […]”.