Gianni Manzella su POLIS 2026, “ilmanifesto.it”, 29 maggio 2026
Prospettiva peep-show, siamo tutti nella catastrofe, “il manifesto”, 29 maggio 2026
https://ilmanifesto.it/prospettiva-peep-show-siamo-tutti-nella-catastrofe
Il testo richiede il naturalismo della scena, dice la nota finale dell’autore. Riva abbandonata può essere rappresentato durante il programma di un peep-show, Materiale per Medea in riva a un lago nei pressi di Strausberg, che può essere una piscina fangosa a Beverly Hills o i bagni di una clinica psichiatrica, suggerisce Heiner Müller. Potrebbe sembrare l’estremo sberleffo dello scrittore tedesco all’arte dell’attore, costretto a misurarsi con un testo che appare a tratti impenetrabile. È invece piuttosto un’indicazione di metodo, una richiesta forte all’interprete di porsi alla stessa estrema altezza delle parole. Dove reminiscenze classiche si intrecciano a squarci crudeli sulla storia del Novecento, quella tedesca innanzitutto, che deflagra subito nell’immagine dei disertori impiccati ai lampioni, con la lingua penzoloni e un cartello sulla pancia. È un’indicazione che Agata Tomšič ha preso molto sul serio nell’affrontare da interprete e regista Materiale per Medea, titolo riassuntivo sotto cui è qui raccolto il trittico dedicato al mito di Medea, invettiva disperata, requisitoria spietata contro l’uomo che l’ha lasciata, evocazione sofferta della vicenda che è costretta a rivivere. Senza escludere il prologo e l’epilogo che ne costituiscono anche le parti più ermetiche, apocalittiche e visionarie (l’abbiamo visto al Teatro Rasi nell’ambito del festival POLIS, quest’anno dedicato da ErosAntEros al teatro del Nord Europa). Della prima messinscena diretta da Manfred Karge e Mathias Langhoff che si era vista una quarantina d’anni fa resta nella memoria dello spettatore la carlinga incombente con una grande elica sullo sfondo di un desolato paesaggio di lattine, dove rabbiosa e possente Kirsten Dene ruggiva il suo amore tradito. Ma in anni più recenti è indimenticabile soprattutto l’immagine finale di Valerie Dreville, la protagonista dello spettacolo di Anatolij Vasil’ev, che ripeteva come in trance l’ultima battuta, mentre ai suoi piedi si spegnevano le fiamme che divoravano la sua veste. Corpo nudo, ferito, ormai svuotato dell’energia che l’aveva sorretta fino a quel momento.
Eccoci invece riuniti in circolo intorno a un piccolo palchetto quadrato che anticipa l’immagine evocata dall’autore, mentre ancora l’attrice ci gira attorno. Il peep-show dove un poco alla volta sono destinati a cadere i veli che intanto lasciano balenare come lampi di desiderio il corpo della protagonista. Coperta da un mantello arabescato aperto lungo i fianchi che sembra alludere anche a una stola, a un paramento sacro, le gambe avvolte da alti lucidi stivali neri. Il nero e l’oro che sono non per caso i colori del teatro, inteso come luogo fisico e metaforico. Il giorno e la notte, la luce e il buio. Qui è il buio a prevalere, lasciando che prenda campo il volume sonoro dello spettacolo. La parola nasce da un respiro che si solidifica. E intanto però lo sguardo si sposta sulla parte alta del volto dell’attrice, decorato da un segno colorato che si spande quasi come una maschera rituale. Medea la barbara, la straniera madre e assassina, la maga venuta dalle sponde del Mar Nero a portare disordine.
L’oriente che ancora oggi fa paura a chi sogna muri e non ponti. Nella prospettiva di Heiner Müller il peep-show è il luogo in cui lo sguardo dello spettatore può mettersi comodo a rimirare le catastrofi che lo circondano. Ci siamo dentro tutti, vien da dire. Se Müller leggeva nel mito un modello finale del colonialismo, dove il tema del tradimento si affacciava brutalmente nell’accostamento al gesto di Medea, oggi la realtà si è fatta più confusa. Leggibile com’è da tanti lati diversi. Lo attesta il ribaltamento che si produce nell’ultima parte dello spettacolo, Paesaggio con Argonauti, dove gli spettatori da guardanti diventano inesorabilmente guardati. Costretti cioè a guardarsi fra loro, a turno. Un raggio di luce si allunga diametralmente da quel fuoco centrale e comincia a ruotare illuminando come un faro i volti degli spettatori. Il resto è poesia, dice l’io che parla.
Con un leggero slittamento sulla traduzione di Saverio Vertone che forse è un residuo soprassalto di speranza.