Intervista a Marzia Bondoli Nielsen di Elisa Bianchini, Corriere di Romagna – 26 maggio 2019

Ravenna, la fotografa Marzia Bondoli Nielsen vara “Meeting your eyes”

RAVENNA. Marzia Bondoli Nielsen, ravennate, fotografa, ha partecipato, ieri e venerdì, al “Polis teatro festival” organizzato dalla compagnia ErosAntEros (Davide Sacco e Agata Tomsic) con il progetto “Meeting your eyes”, atto performativo-partecipativo in cui invita gli spettatori a prendere il tempo di incontrarsi e conoscersi attraverso lo sguardo.

Che cos’è “Meeting your eyes”?
«E’ un progetto nel quale io chiedo la partecipazione del pubblico, in una sorta di performance: le persone sono disposte a coppie, uno di fronte all’altro, per un totale di sei coppie e devono semplicemente guardarsi negli occhi. Poi io scatto loro un ritratto e loro mi lasciano del materiale, scritto o disegnato, rispetto a questa esperienza.
L’idea è quella di connettere le persone, connettersi con se stessi e disconnettersi un po’ dal flusso che di solito abbiamo attorno, dalle distrazioni che in realtà ci allontanano dalle altre persone. Questa è la prima parte del lavoro, quella di “raccolta di materiale” che poi rielaborerò in un libro che presenterò poi successivamente».

Quindi è un lavoro sulle persone e sui rapporti fra le persone: che reazione si aspetta dalle persone coinvolte?
«Io questa esperienza l’ho vissuta personalmente, altrimenti non avrei potuto proporla. Mi aspetto tante reazioni diverse: i progetti che ho fatto finora, che hanno coinvolto le persone, hanno riguardato emozioni e tempo. E’ come se questa fosse la fine di un mio percorso di tre progetti diversi, in cui metto insieme un po’ tutto. Io mi aspetto riso, pianto, imbarazzo ma anche niente: ci sono persone che sono molto schermate, che non lasciano trapelare nulla. Le persone staranno in contatto visivo quattro minuti e questo tempo – ci sono studi scientifici al riguardo – è sufficiente per entrare in connessione con una persona, sviluppare empatia e tutta una serie di sentimenti che noi non siamo più abituati a gestire».

Quale è stata la sua esperienza personale?
«Per me è stato molto forte. Sono una persona un po’ timida, e trovarmi davanti qualcuno che non conoscevo e doverlo guardare è stato sfidante: questa è la parola più bella che posso dire. Perché comunque aiuta ad andare oltre tutte le barriere che una persona timida come me, ma penso siamo poi un po’ tutti così, mette nei confronti degli altri».

Come si conclude il progetto?
«Mentre scattavo le foto ho registrato con una piccola telecamera, una sorta di telecamera di sorveglianza, tutto quello che succedeva e il 26 (oggi, ndr), alle 18 alla Sala Muratori della Biblioteca Classense, farò vedere attraverso un montaggio video cosa è successo durante i due giorni. Questa è la conclusione parziale. Alla Classense presenterò anche “Spectator”, un libro che richiama un progetto fatto l’anno scorso sempre per “Polis” ma lo rilegge sotto una chiave diversa. Entrambi i progetti mettono in campo gli spettatori di questo festival, che nasce con un’intenzione partecipativa. Sicuramente c’è un richiamo all’opera di Marina Abramovic che, con “The Artist is present” ha fatto un lavoro simile: lei si è messa in gioco in prima persona, per tantissimo tempo, però per me è stata un’ispirazione. Mi piace potergli dare una forma anche diversa, che è quella del libro d’artista, concepito come un’opera con un numero limitato di copie e con caratteristiche che lo rendono unico».