Autore: Agata

POLITAI VISIONARI a Kilowatt Festival

Sabato 25 luglio
10:30 – 16:30 (Auditorium Santa Chiara)
Visionari d’Italia, unitevi!
Kilowatt Festival di Sansepolcro
http://www.kilowattfestival.it/

Incontro pubblico che chiama a raccolta le voci e i pensieri di alcuni tra gli oltre 400 Visionari degli 11 gruppi disseminati in tutta Italia: una giornata dedicata allo scambio, alla conoscenza reciproca e allo sviluppo di nuove sfide dei processi partecipati.

Oltre a POLIS Teatro Festival i partner de L’Italia dei Visionari sono il capofila del progetto CapoTrave / Kilowatt nell’ambito del progetto europeo “Be SpectACTive!” (Sansepolcro AR) e il Festival Le Città Visibili (Rimini), Pilar Ternera/Nuovo Teatro delle Commedie (Livorno), TiPì Stagione di Teatro Partecipato (San Felice sul Panaro, MO), Utovie Teatrali (Macerata), Associazione Sosta Palmizi (Cortona AR), MTM-Manifatture Teatrali Milanesi gestito da Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus (Milano), Progetto Fertili Terreni Teatro (Torino), Spazio Off (Trento), Teatro TRAM (Napoli).

Non potevamo mancare!

Il bambino con la bicicletta rossa a POLIS 2021 grazie ai POLITAI VISIONARI

Nell’ultima serata di POLIS 2020, domenica 24 maggio, subito dopo il convegno, è stato annunciato lo spettacolo scelto dai POLITAI VISIONARI, i cittadini che da novembre si sono riuniti periodicamente per prendere visione dei quasi 300 spettacoli arrivati tramite bando nazionale L’Italia di Visionari e decidere quello che avremmo dovuto programmare al festival quest’anno e che a causa della pandemia verrà programmato nella prossima edizione di POLIS a maggio 2021.

Lo spettacolo scelto dai POLITAI VISIONARI che verrà presentato a POLIS 2021 è Il bambino con la bicicletta rossa (voci da un rapimento) di Virus Teatrali.

testo – regia Giovanni Meola
con Antimo Casertano

Il Bambino con la Bicicletta Rossa nasce, a 50 anni esatti da allora, dall’intuizione di un giovane attore che affida alla penna di un drammaturgo la sua piccola ossessione, ricostruire cioè la vicenda, dimenticata e sepolta nonostante il clamore enorme dell’epoca, e raccontarne i retroscena e i perché della sua scomparsa dalla memoria pubblica odierna.
Quell’autore si è fatto a sua volta prendere da quella piccola ossessione, facendola propria, e ha immaginato delle ‘voci’, nove voci da un rapimento, per l’esattezza.
Quelle dei veri protagonisti di questa intricata vicenda.
Ma le ha immaginate trasfigurate, ognuna con una sua specifica caratteristica in sede di scrittura, ognuna coniugata in uno stile diverso (prosa, versi sciolti, rime, anafore, ecc.).
Nove voci affidate a volto, corpo e voce di quello stesso attore ancora oggi alle prese con quella ossessione che, in scena, anche attraverso un inesausto lavorio fisico, potrà finalmente domare per raccontare quella che forse fu proprio l’infanzia delle stragi, come scrisse qualcuno in quegli anni, Cassandra inascoltata o forse volutamente trascurata.
In fondo, l’Italia non continua ancora oggi ad essere il paese dei misteri irrisolti?


POLIS 2020 “Quale teatro per il domani?” diventa un libro

Si è conclusa con grande successo la terza edizione di POLIS Teatro Festival di Ravenna, trasformata dalla direzione artistica di Davide Sacco e Agata Tomsic di ErosAntEros, in un grande convegno internazionale sul teatro di domani, interamente online dal 20 al 24 maggio 2020 e tutt’ora disponibile sulla pagina Facebook ErosAntEros, il canale Youtube ErosAntEros, il sito di polisteatrofestival.org e sui canali di emiliaromagnacreativa.it.

Il convegno che ha visto di più di 60 interventi da parte dei più significativi artisti, studiosi, giornalisti e operatori del settore teatrale e della cultura, dall’online passa al cartaceo grazie alla pubblicazione in forma di libro di questa speciale edizione di POLIS, con Editoria & Spettacolo, una delle più importanti case editrici teatrali italiane.

Ecco un po’ di numeri a un mese dal lancio di POLIS 2020: 108.000 persone raggiunte, 12.000 visualizzazioni dei video (con 14.000 interazioni), 70 ospiti da 12 nazioni, 25 politai visionari, 16 spettatori ideali, 6 giornate, 5 domande, 1 sogno condiviso.

Il ricco programma di Quale teatro per il domani? ha suscitato interesse a livello locale, nazionale e internazionale. Oltre che sulla stampa locale, il festival ha ricevuto attenzione da RAI Radio3 e TV Koper-Capodistria. Un’esperienza assolutamente positiva che dà nuova linfa alla direzione artistica per tessere collaborazioni future e dare a POLIS un respiro sempre più internazionale, come lo è ormai da tempo il lavoro artistico della compagnia ErosAntEros.

POLIS 2020 a Voci fuori scena, RAI Radio 3 Suite, 20 maggio 2020

Davide Sacco / ErosAntEros ospite di “Voci fuori scena” di RAI Radio 3 Suite, per parlare dell’edizione speciale di POLIS Teatro Festival, che quest’anno si trasforma in Convegno internazionale sul teatro di domani.

L’intervista andrà in onda in diretta su RAI Radio 3 il 20 maggio, dopo la prima serata del Convegno, alle ore 20.10 circa.

Il podcast qui:
https://www.raiplayradio.it/audio/2020/05/PANORAMA-Musei-si-riapre-I–Polis-Teatro-Festival-I-A-casa-con-Silverstein
(intervento a partire dal minuto 18 cca)

Chiamata agli spettator* della polis teatrale ideale

In questo momento di distanziamento sociale e di crisi globale, POLIS trasforma il consueto appuntamento di confronto con le riflessioni dei propri concittadini in una Chiamata agli spettator* della polis teatrale ideale:

fino al 17 maggio, chiunque può partecipare inviando un contributo video di massimo 2 minuti alla mail organizzazione@erosanteros.org, oppure tramite messaggio privato alla Pagina Facebook di ErosAntEros, raccontando il proprio rapporto con il teatro, come sta vivendo questo momento di sospensione degli spettacoli e come si immagina il ritorno nei teatri domani.

I contributi raccolti in questo modo confluiranno nella diretta video dell’ultima giornata del festival, domenica 24 maggio 2020, per ricordarci il ruolo fondamentale che hanno gli spettatori all’interno dell’evento teatrale e salutarci in attesa di poterci riabbracciare domani.

Online il Foglio del laboratorio LO SGUARDO IN OPERA

Il laboratorio Lo sguardo in opera ha offerto uno spazio-tempo di osservazione, riflessione e scrittura a partire dagli eventi performativi di POLIS Teatro Festival 2019 a un gruppo di studenti universitari del Campus di Ravenna, guidati dalla docente e critica teatrale Silvia Mei.

I materiali realizzati dai partecipanti durante il laboratorio sono stati raccolti all’interno di un Foglio consultabile e scaricabile qui:

Foto di Dario Bonazza

Foto e video dalla seconda edizione di POLIS

POLIS Teatro Festival 2019 si è concluso.
Raddoppiate le persone che sono state con noi, dando senso e rendendo possibile questa seconda edizione di POLIS.
Per ringraziarvi tutti condividiamo qui sotto alcuni scatti di queste splendide giornate di maggio.
Un grazie speciale a Dario Bonazza per aver seguito con il suo attento obiettivo fotografico tutto il programma del festival e ad Antropotopia per la clip video.

GIORNO #1 – giovedì 16 maggio

GIORNO #2 – giovedì 23 maggio

GIORNO #3 – venerdì 24 maggio

GIORNO #4 – sabato 25 maggio

GIORNO #5 – domenica 26 maggio

Laboratorio LO SGUARDO IN OPERA (10-31 maggio)

I materiali realizzati dai partecipanti al laboratorio di scrittura critica e creativa guidato da Silvia Mei sono ora raccolti all’interno di un Foglio consultabile a questo link:
http://polisteatrofestival.org/online-il-foglio-del-laboratorio-lo-sguardo-in-opera/

Intervista a Marzia Bondoli Nielsen di Elisa Bianchini, Corriere di Romagna – 26 maggio 2019

Ravenna, la fotografa Marzia Bondoli Nielsen vara “Meeting your eyes”

RAVENNA. Marzia Bondoli Nielsen, ravennate, fotografa, ha partecipato, ieri e venerdì, al “Polis teatro festival” organizzato dalla compagnia ErosAntEros (Davide Sacco e Agata Tomsic) con il progetto “Meeting your eyes”, atto performativo-partecipativo in cui invita gli spettatori a prendere il tempo di incontrarsi e conoscersi attraverso lo sguardo.

Che cos’è “Meeting your eyes”?
«E’ un progetto nel quale io chiedo la partecipazione del pubblico, in una sorta di performance: le persone sono disposte a coppie, uno di fronte all’altro, per un totale di sei coppie e devono semplicemente guardarsi negli occhi. Poi io scatto loro un ritratto e loro mi lasciano del materiale, scritto o disegnato, rispetto a questa esperienza.
L’idea è quella di connettere le persone, connettersi con se stessi e disconnettersi un po’ dal flusso che di solito abbiamo attorno, dalle distrazioni che in realtà ci allontanano dalle altre persone. Questa è la prima parte del lavoro, quella di “raccolta di materiale” che poi rielaborerò in un libro che presenterò poi successivamente».

Quindi è un lavoro sulle persone e sui rapporti fra le persone: che reazione si aspetta dalle persone coinvolte?
«Io questa esperienza l’ho vissuta personalmente, altrimenti non avrei potuto proporla. Mi aspetto tante reazioni diverse: i progetti che ho fatto finora, che hanno coinvolto le persone, hanno riguardato emozioni e tempo. E’ come se questa fosse la fine di un mio percorso di tre progetti diversi, in cui metto insieme un po’ tutto. Io mi aspetto riso, pianto, imbarazzo ma anche niente: ci sono persone che sono molto schermate, che non lasciano trapelare nulla. Le persone staranno in contatto visivo quattro minuti e questo tempo – ci sono studi scientifici al riguardo – è sufficiente per entrare in connessione con una persona, sviluppare empatia e tutta una serie di sentimenti che noi non siamo più abituati a gestire».

Quale è stata la sua esperienza personale?
«Per me è stato molto forte. Sono una persona un po’ timida, e trovarmi davanti qualcuno che non conoscevo e doverlo guardare è stato sfidante: questa è la parola più bella che posso dire. Perché comunque aiuta ad andare oltre tutte le barriere che una persona timida come me, ma penso siamo poi un po’ tutti così, mette nei confronti degli altri».

Come si conclude il progetto?
«Mentre scattavo le foto ho registrato con una piccola telecamera, una sorta di telecamera di sorveglianza, tutto quello che succedeva e il 26 (oggi, ndr), alle 18 alla Sala Muratori della Biblioteca Classense, farò vedere attraverso un montaggio video cosa è successo durante i due giorni. Questa è la conclusione parziale. Alla Classense presenterò anche “Spectator”, un libro che richiama un progetto fatto l’anno scorso sempre per “Polis” ma lo rilegge sotto una chiave diversa. Entrambi i progetti mettono in campo gli spettatori di questo festival, che nasce con un’intenzione partecipativa. Sicuramente c’è un richiamo all’opera di Marina Abramovic che, con “The Artist is present” ha fatto un lavoro simile: lei si è messa in gioco in prima persona, per tantissimo tempo, però per me è stata un’ispirazione. Mi piace potergli dare una forma anche diversa, che è quella del libro d’artista, concepito come un’opera con un numero limitato di copie e con caratteristiche che lo rendono unico».

Intervista ad Ares Tavolazzi di Luca Manservisi, Ravenna&Dintorni – 20 maggio 2019

Festival Polis: Ares Tavolazzi e la mistica sonora del contrabbasso
Parla il musicista, noto per la sua militanza negli Area, in scena con l’attrice Silvia Pasello per un concerto teatrale dedicato al grande Carmelo Bene

Luca Manservisi, “Ravenna&Dintorni”, 20 maggio 2019

Ares Tavolazzi è uno dei nomi che ha fatto la storia della musica italiana, stando spesso nelle retrovie. Per molti resta semplicemente il bassista degli Area, uno dei gruppi più avventurosi del panorama del progressive rock e non solo, ma Tavolazzi può vantare una carriera cinquantennale che lo ha visto collaborare anche con mostri sacri come Francesco Guccini, Paolo Conte, Mina o Lucio Battisti, fino agli anni più recenti con Vinicio Capossela, passando dalla musica sperimentale al pop, con una predilezione per il mondo del jazz, che lo vede ancora grande protagonista. 71 anni da compiere tra poco, Tavolazzi continua a fare musica senza curarsi troppo degli steccati, aderendo a progetti diversi tra loro e trovando ora nuova linfa anche nel teatro.

Sabato 25 maggio nell’ambito del Festival Polis sarà al teatro Rasi di Ravenna con la pluripremiata attrice Silvia Pasello in Amor morto. Concerto mistico, spettacolo dedicato al grande Carmelo Bene.

Come è nato questo progetto?
«Come un omaggio a Carmelo Bene, in occasione di un evento a Perugia (ideato e realizzato dal saggista Piergiorgio Giacché nel settembre del 2017, ndr). Con Silvia (Pasello, ndr), che è la vera protagonista dello spettacolo (e con cui Tavolazzi ha già collaborato in passato, ndr) abbiamo analizzato alcuni testi che ho cercato di rendere dal punto di vista musicale, con un effetto direi piuttosto mistico, come da titolo, ispirato da una delle estasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, Amor morto».

Che rapporto ha con il teatro? Lo frequentava anche da spettatore?
«Non molto. Tutto è iniziato anni fa grazie all’amicizia con Roberto Bacci di Pontedera Teatro (Tavolazzi vive a Pontedera, ndr) che mi ha coinvolto per primo nella realizzazione delle musiche per spettacoli. Si è trattato di una sfida professionale, un lavoro diverso dal solito, su cui ho dovuto concentrarmi per creare paesaggi sonori in grado di accompagnare testi scritti da altri, molto stimolante».

E come reagisce il pubblico del teatro, a differenza dei concerti?
«Spesso non sono presente agli spettacoli, la mia musica è registrata, a meno che non siano progetti speciali come quello con Silvia Pasello, che accompagno dal vivo. I concerti, in generale, restano ancora l’aspetto più importante del mio lavoro».


Nuovi progetti musicali in arrivo? Proseguirà la reunion degli Area?
«No, la reunion (con cui i membri originali nel 2010 avevano riportato in tour la musica degli Area senza volutamente sostituire il cantante Demetrio Stratos, morto come noto nel 1979 a soli 34 anni, ndr) non proseguirà. Lo spirito degli Area continua in qualche modo a vivere con l’Area Open Project di Patrizio Fariselli, che però è molto diverso da una reunion».

Che cosa ricorda di quell’avventura. E crede che qualcuno abbia raccolto l’eredità degli Area nel mondo musicale italiano?
«È stato un periodo fondamentale della mia vita e della mia carriera, che mi ha permesso innanzitutto di scoprire cose nuove, di crescere. A dire la verità non mi pare che davvero qualcuno abbia seguito le nostre orme. Anche perché è cambiato il modo di fare musica. Noi davvero la facevamo senza alcuno scopo commerciale, gli Area facevano musica per sperimentare, a fini solamente artistici. Oggi mi pare che non esistano gruppi così, almeno di così rilevanti…».

E che ricordo ha di Demetrio Stratos?
«Quando me lo chiedono non ho particolari aneddoti da rivelare, era uno di noi, un ragazzo con cui si stava bene. Dal punto di vista professionale, invece, era davvero incredibile, la sua voce era uno strumento in più, qualcosa di mai sentito e irripetibile».

E lei che rapporto ha con il suo? Il contrabbasso è uno strumento molto “fisico”…
«Sicuramente ci passo molto, molto tempo. E non solo per suonarlo, anzi. La maggior parte del tempo lo impiego a montarlo e smontarlo e rimontarlo. A cercare di ricostruirlo per trovare il suono che più mi aggrada…».

Intervista a ErosAntEros di Elisa Bianchini, Corriere Romagna – 23 maggio 2019

“VOGLIAMO TUTTO”
Così il ’68 di Balestrini rivive sul palcoscenico

Elisa Bianchini, “Corriere Romagna”, 23 maggio 2019

ErosAntEros porta in scena lo spettacolo al Rasi
E dal 21 giugno la mostra alla Biblioteca Classense
un omaggio al grande sperimentatore scomparso

Nanni Balestrini, scrittore, poeta e saggista, è scomparso pochi giorni fa, lasciando un’eredità intellettuale ricca e importante.
A Ravenna, due sono le iniziative che coinvolgono l’opera di Balestrini. Per prima, Vogliamo tutto, nuova produzione della compagnia ErosAntEros di Davide Sacco e Agata Tomsic in scena questa sera alle 21 al teatro Rasi nell’ambito di POLIS teatro festival. Un’opera che racconta il Sessantotto, a partire dal romanzo di Nanni Balestrini che porta lo stesso nome: «Compagni rifiutiamo il lavoro – scrive Balestrini –. Vogliamo tutto il potere vogliamo tutta la ricchezza. Sarà una lunga lotta di anni con successi e insuccessi con sconfitte e avanzate. Ma questa è la lotta che noi dobbiamo adesso cominciare, una lotta a fondo dura e violenta. Dobbiamo lottare perché non ci sia più il lavoro. Dobbiamo lottare per la distruzione violenta del capitale. Dobbiamo lottare contro uno stato fondato sul lavoro. Diciamo sì alla violenza operaia».

Parte anche qui il lavoro di ErosAntEros di ricerca e studio su un periodo chiave della storia italiana: «Non volevamo soltanto raccontare un evento storico – spiega Agata Tomsic – ma cercare di tracciare dei nessi, ricercare analogie e rotture tra lo spirito e le azioni che portavano avanti i giovani del Sessantotto e quello che fanno i militanti, i giovani che hanno la stessa età di quei protagonisti oggi. Per questo abbiamo fatto diverse fasi di lavoro. Una prima fase di studio, di libri e documenti storici, interviste dei vari leader del movimento studentesco, e una seconda in cui abbiamo posto le stesse domande ai giovani che hanno fra i venti e i trent’anni oggi che militano in gruppi e collettivi di diverse città italiane».

Com’è costruito lo spettacolo?
«E’ costruito da un testo in cui sono confluite le testimonianze dei protagonisti di cinquant’anni fa, portate in scena attraverso la parola e i gesti. Il testo affronta vari fatti storici che vanno dall’autunno 1967 al 12 dicembre 1969, la strage di piazza Fontana, che per tutti i protagonisti che abbiamo sentito è stato un punto di rottura, dopo il quale nulla è più stato come prima. Il testo è tutto al presente, ho tolto tutti i riferimenti temporali per rendere quelle parole attuali, ma anche per mettere in discussione il tempo che ci separa da loro. Al testo si aggiunge un video, che nasce dal montaggio di immagini d’archivio con avvenimenti degli ultimi dieci anni che per analogie visive o tematiche abbiamo accostato agli eventi del passato, su suggerimento delle interviste che abbiamo realizzato con i ragazzi di oggi. A questo si aggiunge un lavoro, fatto da Davide Sacco, sulle canzoni di lotta degli anni Sessanta e di oggi».

Come entra nel vostro lavoro l’opera di Nanni Balestrini?
«Abbiamo letto il romanzo di Balestrini mentre stavamo ancora studiando e ci è piaciuto moltissimo. Io ne ho utilizzato alcuni brani nella costruzione del testo dello spettacolo. E’ un testo molto forte ma anche commovente per la concretezza delle parole che utilizza, per la ricerca linguistica».

Intervista ad Ascanio Celestini di Iacopo Gardelli, R&D CULT – 10 maggio 2019

CELESTINI E IL SACRIFICIO DEGLI ULTIMI, «BERSAGLI DELLE BATTAGLIE PIÙ MISERABILI»
Iacopo Gardelli, “R&D CULT”, 10 maggio 2019
https://www.ravennaedintorni.it/rd-cult/teatro/intervista-ascanio-celestini/

L’artista per la prima volta all’Alighieri di Ravenna per il festival Polis con “Laika”, spettacolo dedicato «a chi vive ai margini dei margini»

Ce lo ricordiamo tutti per i suoi monologhi a “Parla con me”: un personaggio bizzarro, accento romano nasale, folti capelli neri e lungo pizzetto. Ascanio Celestiniè oggi più arruffato e più bianco, ma il suo timbro, crudo e sognante al tempo stesso, è sempre quello.

Celestini sarà a Ravenna giovedì 16 maggio, per la prima volta ospite del teatro Alighieri, per lanciare la seconda edizione del festival Polis. In scena lo spettacolo Laika, monologo accompagnato dalla fisarmonica di Gianluca Casadei, che racconta la vita degli ultimi, sullo sfondo di borgate romane povere e violente.
Ne ho parlato, in anteprima, con Celestini, partendo dal contestato spettacolo della scorsa stagione all’Arena delle balle di paglia.

L’ultima volta che l’abbiamo vista nei paraggi è stato all’Arena di Cotignola, l’anno scorso.
«Sì, a Cotignola portai La ballata dei senzatetto, raccolta che integra racconti tratti da Laika, da Pueblo e dallo spettacolo che concluderà la trilogia. Sono storie legate a un ambiente ben preciso: due parcheggi, un supermercato, un grande magazzino, un condominio popolare e un bar. Il riassunto di un mondo in cui vivono figure di cui parliamo soltanto se accade qualcosa di eclatante».

Mi colpì la reazione del pubblico, che esplose durante un passaggio dedicato al mondo degli zingari. Non si era capito che si trattava di portare all’estremo dei luoghi comuni. Anche in Laika c’è questo rapporto complesso col politically correct?
«In parte sì. In Laika il personaggio che viene colpito è un barbone che vive nel parcheggio del supermercato. Il politicamente corretto molto spesso è una maschera. In questi giorni ho fatto degli incontri in carcere, e parlando coi detenuti ho ribadito più volte il fatto che le parole servono per dire le cose. Il problema non sono le parole, ma come viviamo. Io li chiamo “zingari” o “rom”, ma cambia poco. La parola più corretta, più pulita, che sarebbe “nomadi”, è in realtà sbagliata. Chiamiamo “campi nomadi” posti che in realtà sono accampamenti stanziali».

La correttezza diventa retorica pericolosa.
«Esatto. A Cotignola quello che è successo è un po’ strano. Normalmente lo spettatore si rende conto che a parlare è il personaggio e non l’attore, ma alle volte non capita. Da un certo punto di vista è una cosa positiva: vuol dire che lo spettatore si è sentito chiamato in causa».

I suoi spettacoli nascono sempre da una ricerca. Per Laika ha vissuto con i suoi personaggi, “sul campo”?
«Alcune storie sono di persone che conosco della borgata in cui vivo. Altre le ho raccolte partendo da interviste con facchini che lavorano nei magazzini della logistica. Nel 2002 seguii la vicenda di un gruppo di lavoratori precari di un grande call center. Già allora era chiaro che cosa stava diventando il mercato del lavoro. Non c’era solo uno sfruttamento del lavoratore, ma proprio un declassamento. I lavoratori non erano più trattati come tali, ma come ragazzini che facevano un lavoretto. E a chi fa un lavoretto, non gli dai un salario, ma una paghetta. È un problema sempre più forte e presente nel mercato del lavoro».

Fin dal titolo, Laika rimanda alla Guerra Fredda, alla corsa allo spazio, al sacrificio inutile di quella cagnetta russa che, con gli occhi di oggi, fa una certa impressione. Chi sono oggi le nostre “laike”?
«Il protagonista se lo chiede: perché hanno scelto proprio Laika? Perché era un cane di strada, più resistente degli altri; e perché sacrificare un cane di razza sarebbe stato più difficile. Molto spesso chi viene sacrificato è oggi l’ultimo della categoria: chi vive in un quartiere periferico, il rom, l’immigrato. Diventa il bersaglio delle battaglie più miserabili».

A cosa si riferisce?
«Penso ai fatti di Torre Maura (l’intervista è stata realizzata prima dei fatti di Casal Bruciato, ndr): si trattava di poche decine di rom che venivano portate in case popolari, in un quartiere dove dovremmo aspettarci solidarietà tra persone che vivono in condizioni sfavorevoli. Penso alla scena miserabile del pane calpestato. Già solo vederlo, quel pane, fa tristezza: monodose, dentro la plastica, non è neanche la pagnotta condivisa sul tavolo, quella dell’ultima cena, di Gesù Cristo che spezza il pane. Quello è già tagliato e porzionato, freddo, igienico. Pensare che c’è qualcuno che lo toglie dalla bocca a quelli che dovrebbero mangiarlo… Non è una guerra fra poveri, è una guerra contro la povertà, contro l’essere umano».

Ha detto che una cosa importante, per lei, è instillare il dubbio col suo teatro. Le sue storie però mi sono sempre sembrate molto chiare e schierate. Come si inserisce il dubbio in queste storie?
«Una volta ho fatto Laika a Milano. Fuori dal teatro, tutte le sere, c’era un africano che vendeva le rose. Qualcuno si aspettava che, dopo la visione, gli spettatori inteneriti gli avrebbero comprato i fiori. E invece l’africano non ebbe alcun incremento della vendita. Io non credo che la funzione del teatro sia politica, che debba cambiare il pensiero delle persone o spingere all’azione. Credo che il teatro sia un’opportunità, per chi la vuole cogliere, di conoscere qualcosa dell’essere umano. Il politico viene dopo, non deve essere il primo problema dell’artista. Se l’artista comincia a pensare: adesso affronto questa storia perché voglio fare conoscere questo scandalo, fa un pessimo servizio all’arte. Rischia di fare qualcosa di lodevole ma di noioso. L’artista ha la possibilità di raccontare l’uomo, e con questi miei spettacoli racconto un’umanità che vive ai margini dei margini: barboni, immigrati, prostitute. Credo che in queste figure l’umanità sia più leggibile».

Perché?
«È più difficile per un barbone, per un malato o per un detenuto mostrare un’immagine di se stesso mascherata. Dentro un cella per otto persone non si riesce a dare di sé l’immagine desiderata. Ci si mostra per quello che si è. L’amministratore delegato di una multinazionale racconta se stesso come vuole. Dove l’uomo è più visibile, lì c’è per me un maggiore interesse letterario».

Forse è proprio questa nudità degli ultimi che, sempre di più, ci infastidisce?
«Ho appena pubblicato un libro di barzellette per Einaudi. In ogni barzelletta c’è qualcosa di nudo e di sporco. Sono quasi sempre scorrette, sia per far ridere, sia perché portano a galla un marcio del quale possiamo parlare solo se ne ridiamo. Del razzismo ne possiamo parlare o ridendo, o diventando razzisti. In questa scorrettezza c’è anche una verità, molto semplice: la barzelletta crea un ponte. Nella barzelletta si arriva subito al dunque, con tre parole. È una specie d’ascensore dell’inconscio».

Wittgenstein diceva che la storia della filosofia poteva ridursi in una collezione di barzellette. In ogni barzelletta c’è una parte di verità secondo lei?
«Più che una verità, c’è una concretezza. Pensiamo a un sopravvissuto della Shoà che racconta una barzelletta sugli incontri fra ebrei e Hitler ad Auschwitz: può sembrare una cosa tremenda, ma è un modo per affrontare il discorso».

Una catarsi?
«Sì, esatto. È chiaro che la barzelletta può offendere, ma è offensiva perché la sua finalità è suscitare il riso. Se qualcuno si offende, non si può censurare la barzelletta. Se non ne ridiamo più, significa che non siamo più capaci di affrontare quell’argomento».

17 maggio 2019, APERI-POLIS @ Spazio MPA

Venerdì 17 maggio
ore 19.00
@ Spazio MPA – Magazzini Posteriori Autogestiti, via magazzini posteriori 3, Ravenna (RA)

ErosAntEros
APERI-POLIS
Presentazione di POLIS Teatro Festival 2019 con Davide Sacco e Agata Tomsic, con particolare focus sullo spettacolo VOGLIAMO TUTTO!.
A seguire playlist di canzoni di lotta 1968-2018.

APERI-POLIS è un assaggio di ciò che accadrà a Ravenna tra il 16 e il 26 maggio per la seconda edizione di POLIS Teatro Festival, attraverso la condivisione degli appuntamenti in programma e la visione di brevi clip video sugli spettacoli!

EVENTO FB

Intervista a ErosAntEros su POLIS 2019, eppela.com, 26 aprile 2019

POLIS, il Teatro al centro della città
Un Festival di partecipazione e condivisione, attraverso spettacoli di grandi maestri

https://www.eppela.com/it/news/423-polis-il-teatro-al-centro-della-citta

Il Teatro al centro della vita cittadina

Riportare il teatro al centro della vita dei propri cittadini: Ravenna si prepara dal 16 al 26 maggio 2019 a vivere POLIS: il festival del teatro e della partecipazione.
Un teatro inteso nel suo senso più ampio e accogliente, all’insegna della contaminazione dei linguaggi e della partecipazione attiva degli spettatori.
Un festival che favorisce l’incontro tra il teatro e la società attraverso molteplici azioni partecipative, arricchendo i palchi della propria città della presenza di grandi artisti e maestri, come Ascanio Celestini, Valter Malosti, G.U.P. Alcaro, Silvia Pasello, Ares Tavolazzi, per riavvicinare quest’arte viva alla collettività.

Ne abbiamo parlato con Davide Sacco e Agata Tomsic di ErosAntEros.

POLIS è un festival di teatro che ha una missione particolare: ce la raccontate?

POLIS Teatro Festival nasce nel 2018 con l’obbiettivo di riportare il teatro al centro della vita delle persone, proponendo performance di grandi artisti e maestri del teatro d’arte internazionale, ma sopratutto, organizzando una serie di attività partecipative che vogliono far prendere coscienza agli spettatori del loro ruolo fondamentale a teatro, ma anche iniziative di carattere sociale che vogliono rendere il teatro accessibile a tutti.

Perché avete scelto il crowdfunding come strumento per la nuova edizione?

L’idea del crowdfunding è nata durante PARTECI-POLIS, l’incontro di chiusura del festival dell’anno scorso, in cui abbiamo intavolato un dibattito con gli spettatori a partire dalle riflessioni sul festival raccolte in forma anonima dopo gli spettacoli nei giorni precedenti.
È stato un momento di confronto molto importante per noi, che anche quest’anno ripeteremo, in cui oltre a condividere riflessioni artistiche, discutiamo con la cittadinanza anche delle criticità e delle difficoltà che incontriamo per realizzare il festival giorno dopo giorno.
In quell’occasione alcuni spettatori ci hanno consigliato di lanciare una campagna di raccolta fondi dal basso a sostegno del festival, dato che, nonostante il successo di pubblico e un piccolo contributo da parte degli enti pubblici, non gode ancora di risorse sufficienti.
L’idea ci è piaciuta subito, anche perché perfettamente in linea con la natura partecipativa di POLIS. Inoltre, il crowdfunding ci è sembrato un ottimo strumento di responsabilizzazione della cittadinanza nei confronti dell’arte e della cultura, che ci sembra fondamentale per la loro sopravvivenza, sopratutto i futuro.

Quali sono le ricompense esclusive per chi sostiene il vostro evento?

Oltre ai ringraziamenti nei crediti del festival, a partire da 10 € tutti hanno diritto a una GIF personalizzata sulla pagina FB di ErosAntEros in cui li ringraziamo “di persona”.
In più, con 30 €, ci si assicura un posto in platea al meraviglioso Teatro Dante Alighieri di Ravenna per lo spettacolo LAIKA di Ascanio Celestini con cui si inaugurerà la nuova edizione del festival il prossimo 16 maggio.
Con 50, due biglietti e la splendida locandina di POLIS 2019 con l’immagine dell’artista-attivista Gianluca Costantini.
Infine con 100 €, oltre alle ricompense precedenti, offriamo anche una copia del libro d’artista Spectator di Marzia Bondoli Nielsen contenente i ritratti degli spettatori fotografati durante l’edizione precedente del festival.

Parlateci della vostra passione per il teatro e la sua importanza sociale.

Il teatro non è semplicemente una passione per noi ma il nostro lavoro e scopo nella vita. Non è cosa facile farlo oggi.
Anche perché non è facile spiegare agli altri quanto brucia questo fuoco che ti spinge a immolare la tua esistenza per il perseguimento di un obbiettivo artistico, oltretutto per nulla più mainstream. Farlo comporta tantissimi sacrifici e rare soddisfazioni…
Sia come artisti che come operatori culturali mettiamo la relazione con il prossimo al centro del nostro teatro, perseguendo un’idea di teatro popolare di ricerca, che parla a tutti senza abbassare il proprio linguaggio.
E da quando organizziamo POLIS uno dei nostri primi pensieri è proprio quello di far arrivare questo linguaggio a tutti, sia avvicinandolo con momenti di incontro e approfondimento (come quelli organizzati l’ultima giornata di festival, il 26 maggio, alla Biblioteca Classense), che attraverso iniziative che vogliono rendere il teatro accessibile a tutti, come il progetto di BIGLIETTI SOSPESI con cui quest’anno offriamo la possibilità di assistere allo spettacolo LAIKA di Ascanio Celestini anche a chi a teatro solitamente non ci va per motivi economici o sociali.

Quali sono i vostri obiettivi futuri per questa operazione culturale?

Nostro sogno è che il festival riesca a essere finalmente sostenibile dal punto di vista economico, strutturandosi un minimo dal punto di vista organizzativo senza più gravare esclusivamente sulla buona volontà della sua direzione artistica, in modo da accrescere le proprie attività partecipative durante tutto l’anno e quindi, coinvolgere e appassionare sempre più persone.

Intervista a ErosAntEros di Michele Pascarella, Gagarin, aprile-giugno 2019

POLIS E’ PARTECIPAZIONE
Michele Pascarella, “Gagarin”, 15 aprile – 15 maggio 2019, Anno 10, n. 2
https://www.gagarin-magazine.it/2019/05/teatro/polis-e-partecipazione/

Conversiamo con Davide Sacco e Agata Tomsic, Direttori Artistici del giovane Festival ravennate.

Ascanio Celestini, ErosAntEros, Valter Malosti / G.U.P. Alcaro, Silvia Pasello / Ares Tavolazzi, Guido Viale, Marco De Marinis, Silvia Mei e Marzia Bondoli Nielsen saranno i protagonisti della seconda edizione di POLIS: quale fil rouge unisce persone e proposte culturali e artistiche tanto diverse?

Sin dalla prima edizione POLIS vuole unire linguaggi e generazioni di artisti differenti, proponendo lavori che hanno come comune denominatore una forte attenzione alla performance dell’attore, come cuore pulsante della relazione tra teatro e società. Gli spettacoli in programma vedono in scena interpreti che instaurano un fortissimo dialogo con la musica dal vivo, portando avanti contenuti per noi importanti. Gli ospiti che saranno con noi domenica, offrono invece la possibilità di “sprofondare” nei temi chiave di questa edizione. Anche in questo caso sono generazioni differenti di studiosi, militanti e spettatori che vogliamo di far re-agire all’interno dello spazio condiviso di POLIS.

A partire dall’immagine-simbolo del 2019 (una brigantessa armata di fucile, opera di Gianluca Costantini) sembra affiorare, in molte proposizioni del Festival, una netta presa di posizione rispetto alla protesta sociale, alla resistenza culturale, finanche alla rivoluzione. Quale idea di politica è sottesa al vostro progetto?

Il festival è il tentativo, utopico probabilmente, di ricostruire attraverso il teatro una polis ideale. Una forma di resistenza, che si arma di cultura per combattere la barbarie del nostro presente. Un po’ come noi ambiamo a fare all’interno dei lavori di ErosAntEros. Il festival però è più potente perché crea uno spazio e un tempo di condivisione che supera l’opera in sé. Facendosi luogo di incontro (e scontro!) con l’altro da sé, il festival custodisce una potenzialità dialettica, e quindi politica, incredibile. Da quando ci siamo imbarcati nell’avventura di POLIS ricercare questo spazio di condivisione e messa in discussione è quello che più ci interessa. Per questo motivo abbiamo scelto di arricchire il programma di momenti partecipativi, come gli atti fotografici di Marzia Bondoli Nielsen, PARTECI-POLIS, e tutte quelle attività come la chiamata ai POLITAI, il crowdfunding, il laboratorio di osservazione critica, che a partire dalla primavera vogliono favorire l‘incontro con l’altro, il diverso da sé. Ma a differenza di altre iniziative di carattere politico o sociale, per cercare questo incontro, noi, poniamo il teatro al centro.

Proponete l’acquisto di BIGLIETTI SOSPESI per lo spettacolo LAIKA di Ascanio Celestini. Perché?

Per permettere anche a coloro che non hanno accesso alla cultura teatrale per motivi di disagio economico o sociale di condividere con noi la serata inaugurale di POLIS al Teatro Alighieri, fruendo del meraviglioso teatro pubblico della propria città e di un artista che con maestria e leggerezza punta il dito sull’ipocrisia della nostra società. Ma anche un tentativo di sensibilizzare la cittadinanza sulla necessità di attivarci collettivamente affinché il teatro sia un bene veramente di tutti.

Con quale attitudine consigliate di avvicinarsi a POLIS Teatro Festival 2019?

Voglia di partecipare, di essere spettatori attivi, di costruire assieme la nostra polis teatrale ideale.

Un desiderio, per l’edizione in arrivo.

Di tornare a essere tanti.

9 maggio 2019, APERI-POLIS @ Circolo Abajur

Giovedì 9 maggio
ore 20.00
@ Circolo Abajur, via Ghibuzza 12, Ravenna (RA)

ErosAntEros
APERI-POLIS
Presentazione di POLIS Teatro Festival 2019 con Davide Sacco e Agata Tomsic, in apertura della serata Abafilm.

APERI-POLIS è un assaggio di ciò che accadrà a Ravenna tra il 16 e il 26 maggio per la seconda edizione di POLIS Teatro Festival, attraverso la condivisione degli appuntamenti in programma, la visione di brevi clip video sugli spettacoli e altre sorprese!

EVENTO FB

5 maggio 2019, APERI-POLIS @ Mama’s Club

Domenica 5 maggio
ore 17.00
@ Mama’s Club, via S. Mama 75, Ravenna (RA)

ErosAntEros
APERI-POLIS
Presentazione di POLIS Teatro Festival 2019 con Davide Sacco e Agata Tomsic, in chiusura della rassegna NON UNO DI MENO. Cinque domeniche pomeriggio per incontrarsi all’ora del tè.

APERI-POLIS è un assaggio di ciò che accadrà a Ravenna tra il 16 e il 26 maggio per la seconda edizione di POLIS Teatro Festival.

La presentazione avrà luogo dopo l’incontro dedicato al libro Non c’è fede che tenga. Manifesto laico contro il multiculturalismo di Cinzia Sciuto, con l’autrice e Jacopo Gardelli (EVENTO FB).

Michele Montanari su POLIS, Gli stati generali, 10 maggio 2018

PIÙ POLIS, NEL FESTIVAL DI EROSANTEROS A RAVENNA
Michele Montanari, “Gli stati generali”, 10 maggio 2018
https://www.glistatigenerali.com/beni-comuni_teatro/piu-polis-nel-festival-di-erosanteros-a-ravenna/

Siamo a Ravenna, città di storia e di bellezze antiche, ma anche provincia esigente, ambiziosa, nella vasta agorà del suo teatro. La città dell’omonimo Ravenna Festival, del Teatro delle Albe, di compagnie avanguardiste come Fanny&Alexander e di vivaci artisti come Agata Tomsic e Davide Sacco, alias ErosAntEros. Loro, sono i soggetti di questo articolo in forma di intervista. E trasformare Ravenna in una teatropoli permanente potrebbe essere la visione meravigliata di un giorno di maggio trascorso assieme per parlare del loro Festival agli esordi: Polis Teatro Festival, 17-20 maggio prossimi.

Prima di porre a Davide (regista e sperimentatore musicale) e Agata (attrice, drammaturga e ricercatrice) alcune domande su questo festival, è bene anticipare che il suo nome è ispirato alla centralità del teatro nella polis greca ed è mosso da una febbrile ricerca di interazione tra gli artisti coinvolti e gli spettatori.

La retrospettiva è la Grecia classica di Dioniso e dei suoi emissari, gli artisti, chiamati a contaminare gli spettatori, nell’illusione possibile di restituire “cittadinanza alla polis” secondo un ideale di armonia sociale, politica e istituzionale che pare ad ogni latitudine del pensiero un’utopia. Un progetto simile oggi vacilla sull’orlo consumato di annose battaglie culturali finite sui libri d’accademia. E’ vero. Come credere che l’ennesimo Festival di teatro possa far breccia nel misero spettacolo del quotidiano nelle nostre città, dove la politica parla la lingua del cabaret o della ristorazione, i cittadini fuggono dalla vita pubblica nella frenesia social, e tanti artisti stentano nelle loro gabbie o si vendono a un mercato di intrattenimento o di consumo estetico?

“Che fare?” è una domanda che già rieccheggia motti rivoluzionari, ed EroAntEros di rivoluzione si sono sempre nutriti. Il loro spettacolo poetico 1917 verrà rappresentato proprio durante il festival.

Tra le tante, una risposta possibile è fare teatro, fare di questo un luogo di arte viva composta di umanità diverse e differenze riabilitate al reale, superando distinzioni sociali, definizioni teoriche, paure d’inadeguatezza morale, sulle ali forti un’illuminata ingenuità. Così che dal mondo dell’arte possa arrivare se non la grazia divina, quantomeno il sollievo dell’umana bellezza, o la miglior condanna salvifica da parte della memoria storica. Dalla musica, dal canto poetico, dal grido di innumerevoli artisti può sempre essere contaminata la decadenza di un tempo furioso e freddo, che ha fatto della partecipazione una pratica digitale, della collettività un bacino di solitudini.

Crisi di sistema, una politica sfinita e assotigliata; amnesia sociale, atonia emotiva, e molti artisti si interrogano sulla propria responsabilità, sul senso del loro agire nell’agorà che schiamazzando agonizza. Questo è ciò che un artista è chiamato a fare, da un Dioniso remoto, ma anche dalla natura delle umane cose: scavare nelle coscienze fino a trovare l’uomo. E farlo poi, attraverso i diversi linguaggi dell’arte, della spietatezza della parola, del suono, della visione.

Così Polis, nell’illusione virtuosa che l’arte possa “fare bene sempre e comunque al di là del dolore che procura”, che possa contagiare gli spettatori, e di quelli possa cambiare anche solo pochi pensieri per un tempo sufficiente a nuove azioni o nuove astensioni.

Il Festival sarà spettacolo trasversale mescolando il dialetto romagnolo di Nevio Spadoni a Oscar Wilde, i poeti russi del primo Novecento a diversi esperimenti di maieutica sociale, lezioni magistrali e un film della storica compagnia Odin Teatret, con una prima serata sulle spalle di due ciclopi come Umberto Orsini e Giovanna Marini.

Date le premesse, ecco l’intervista.

1. Lungo il percorso artistico di ErosAntEros nasce Polis, un festival all’insegna delle parole attore, musica, poesia. Qual è in essenza la vostra idea di “festival”, nel denso vivaio italiano di festival, feste e rassegne?

Quando abbiamo deciso di lanciarci in questa nuova avventura ci siamo chiesti prima di tutto come potevamo differenziare un festival teatrale dalla ricchissima offerta di rassegne culturali del nostro territorio e la risposta più sincera l’abbiamo trovata nel fuoco che giorno per giorno accende il nostro percorso teatrale, ovvero la domanda sulla relazione tra l’artista e lo spettatore, tra il teatro e la società. Da questa domanda nasce il nome “Polis” e tutto il bagaglio storico e culturale che si porta appresso. Il modello della polis antica prevedeva una partecipazione attiva alla vita politica di tutti i cittadini, così noi con il nostro POLIS Teatro Festival proviamo a riavvicinare quest’arte viva alla collettività, ospitando oltre agli spettacoli anche momenti di approfondimento e incontro, nonché eventi di carattere esplicitamente partecipativo come Spectator e Parteci-Polis. Al centro di questa visione abbiamo messo la figura dell’attore-performer come tramite essenziale della relazione fra spettacolo e spettatore, tra teatro e società. Per questo abbiamo scelto di non focalizzarci su grandi allestimenti, ma su grandi performance, dove la presenza dell’attore è al centro. Inoltre, abbiamo perseguito l’idea di un teatro inteso nel senso più ampio e aperto possibile, superando inutili distinzioni tra generi, all’insegna della contaminazione tra linguaggi e generazioni, sia di artisti che di spettatori. Per questo, siamo onorati di aprire questa prima edizione di POLIS con uno spettacolo che vede in scena due grandi maestri del teatro e della musica come Umberto Orsini e Giovanna Marini ne La ballata del carcere di Reading, di Oscar Wilde, con la regia di Elio de Capitani. E allo stesso tempo felici di averlo intersecato all’interno del programma con artisti di differente provenienza come l’Odin Teatret, il Teatro delle Albe e il nostro stesso lavoro.

2. Siete una realtà teatrale che lavora sul rapporto diretto e critico attore/società e attore/spettatore, per un teatro dall’impulso politico e poetico. Pensate che la poesia del passato e del presente possa farsi portatrice di istanze politiche e sociali, assieme al canto, alla musica, in un tempo afflitto dalla volgarità e dalla velocità di superficie? Che rapporto avete con la poesia nel vostro privato?

La poesia non solo può, ma a nostro avviso raggiunge le più alte sfere quando oltre al lirismo e alla ricerca formale tocca istanze di carattere politico e sociale. E ci sono mille modi e sfumature diverse per raggiungere obbiettivi di questo tipo. Solo a Polis quest’anno portiamo almeno sette esempi di poeti che in diverso modo hanno indagato la società e si sono impegnati per cambiarla o per tracciarne un ritratto. Ci riferiamo a Wilde, Majakovskij, Blok, Chlebnikov, Esenin, Pasternak e anche a Nevio Spadoni.

Rispetto al nostro “privato” invece diremmo che da quando abbiamo scelto di fare del teatro la nostra vita, esso non esiste più: il privato e la nostra ricerca artistica sono una cosa sola, una scelta di vita, una passione che si nutre di tutto ciò che incontriamo e lo trasforma in materiale di lavoro, a volte rendendolo incandescente subito, altre volte lasciandolo maturare per anni aspettando che arrivi il momento adatto per farlo fiorire.

3. Polis come ritrovato incontro tra artisti e spettatori, armonia tra cittadini e istituzioni: l’artista come depositario di un dono divino, un “tecnico” di Dioniso, può ancora vincere il narcisismo e la solitudine propri e del singolo, e compiere una missione “quasidivina” verso l’armonizzazione di un gruppo sociale, un pubblico, diversi pubblici, con gli artisti, una città e le sue istituzioni? Cosa immaginate (o sognate) quando pensate alla parola “pubblico”?

Del nome antico “tecnici di Dioniso” usato per connotare gli attori, coloro che praticavano l’arte teatrale, l’aspetto che ci interessa più del divino è invece proprio la tecnica, l’arte in senso di ars, artigianato del corpo-voce dell’attore, abile nel padroneggiare le passioni insufflategli dal divino, dai demoni che abitano ognuno di noi, per trasformarle in monito e immagine. Ciò che di lui ci interessa di più è il suo farsi tramite e specchio attraverso quest’arte dei mali del tempo e della società, e quasi per magia, anche con pochissimi semplici elementi, trasformare gli sguardi che su di lui si posano.

Rispetto alla parola “pubblico” invece preferiamo “spettatori”. Con “pubblico” si potrebbe intendere una massa indefinita di persone che pensano allo stesso modo, invece secondo noi il teatro è prima di tutto un movimento in atto all’interno di ciascun individuo. Ogni spettatore interpreta e vive lo spettacolo a modo suo, ogni spettatore ha un vissuto e una storia diversa che gli fanno leggere il materiale scenico in maniera differente, ogni spettatore è in fondo regista dell’opera teatrale che sta guardando.

Per questo motivo ci interessa esplorare e invogliare lo “spettatore attivo”, poiché è fondamentale per noi e per il teatro di oggi rendersi conto di quanto lo sguardo del singolo sia importante e probabilmente diverso dal nostro. E questa diversità va ascoltata, com-presa (presa su di sé) altrimenti rischiamo di arrivare a fare teatro soltanto per noi stessi e per la stretta cerchia di amici che la pensa come noi. Ma con questo ovviamente non crediamo che si debbano assecondare i gusti degli spettatori a tutti i costi, ma anzi, stimolarli a com-prendere il diverso, il nuovo, l’altro da sé esattamente come dobbiamo imparare a fare noi. È un discorso sulla relazione che sta al centro del teatro, ma si potrebbe tranquillamente applicare anche alla società in cui viviamo e in cui tutti siamo sempre più spaventati da tutto ciò che non conosciamo… E la negazione dell’identità dell’altro da sé, del diverso, è la via più semplice, per questo è importante re-imparare a stare insieme attraverso l’arte e la forza dell’immaginazione. Sarà utopico, ma è ciò che ogni giorno ci spinge a continuare e ad andare avanti.

4. Attraverso quali momenti di Polis i vari partecipanti al festival (attori, cittadini, politici, accademici, poeti) troveranno un incontro? Si ascolteranno le persone, in quale modo?

Il programma di questa prima edizione di POLIS prevede due momenti che mettono al centro la partecipazione attiva: Spectator e Parteci-Polis. Il primo è un invito agli spettatori a divenire protagonisti con il proprio atto di guardare, donando all’artista fotografica Marzia Bondoli Nielsen il proprio sguardo, prima e dopo gli spettacoli in programma al Chiostro Grande della Biblioteca Classense di Ravenna, il 18 e il 19 maggio. Un doppio ritratto che nasce dalla triplice relazione tra spettatore, spettacolo e fotografo e che nell’incontro di chiusura in programma l’ultimo giorno di festival, si trasformerà in dono alla città, quando questi ritratti, che altro non sono che un tentativo di fissare in immagine la traccia dell’incontro tra il teatro e lo spettatore, verranno proiettati pubblicamente. Parteci-Polis è invece un invito agli spettatori a divenire cittadini attivi dell’agorà teatrale e condividere pensieri, commenti, riflessioni in forma anonima, nei luoghi di spettacolo dopo la visione dei lavori, o per e-mail all’indirizzo info@polisteatrofestival.org.

Sempre durante l’incontro conclusivo di domenica 20 maggio, che s’intitola per l’appunto Parteci-Polis, cercheremo far nascere un dibattito collettivo a partire dai contributi pervenuti e le riflessioni che ciascuno dei presenti avrà voglia di condividere. Si tratta ovviamente di una scommessa: non sappiamo se gli spettatori parteciperanno lasciando i propri commenti durante le serate del festival e soprattutto non abbiamo idea di quelli che saranno i contenuti dei loro contributi. Potrebbe trattarsi di un esperimento fallimentare, ma vogliamo tentare comunque, perché siamo convinti che qualunque sia la risposta del pubblico si tratterà per noi di una risposta significativa, di un’esperienza importante.

5. Credete che gli artisti abbiano una responsabilità verso il pubblico o solamente verso sé stessi?

Ci piace pensare che per un artista la propria etica personale si traduca in responsabilità verso gli altri, ma ciò dipende certamente dall’etica di ciascun artista. Nel nostro mondo ideale l’arte è un dono dei singoli nei confronti della collettività, ma purtroppo nella realtà di tutti i giorni, spesso diventa un modo come un altro per esibire sé stessi o addirittura esercitare un potere.

C’è anche un’altra questione su cui abbiamo riflettuto molto facendo dell’arte il nostro lavoro: riguarda la questione della responsabilità verso il Pubblico con la P maiuscola, il Bene Pubblico condiviso da una comunità di cui l’arte fa parte e che deve essere sostenuta dalla comunità stessa, soprattutto all’interno della società post-capitalistica contemporanea, per non degenerare nel commerciale, che non ha nulla di artistico e può portare la società soltanto alla completa degenerazione, senza più possibilità di ri-uscita.

6. È evidente la ricerca di un coinvolgimento sempre maggiore degli artisti nella discussione pubblica, politica. Basta osservare quanti attori, cantanti, scrittori e cineasti siano invitati ogni giorno ai vari talk televisivi o ad incontri pubblici o in radio. Non temete sia anche questa – tra le tante – una scelta strategica del sistema politico-mediatico per edulcorare la gravità di un panorama sociale e politico compromesso proprio dal disfacimento dell’idea di una Polis contemporanea, atomizzato e aggressivo?

In realtà pochissimi degli artisti che amiamo e stimiamo, vanno spesso in televisione, per cui, almeno per quel che riguarda l’ambito teatrale non percepiamo davvero questo tipo di problematica… Ci sono ovviamente delle mode, dei poteri che permettono a chi li detiene di far arrivare il proprio lavoro a più persone, e spesso non è neppure detto che chi ci riesce lo faccia per merito.

In realtà ci sembra invece che ci sia sempre meno spazio per l’arte negli spazi di discussione pubblica. Basta paragonare la radio e la televisione di oggi con quelle soltanto di trent’anni fa. Oggi la proposta culturale di massa peggiora di anno in anno ed è sempre più fondamentale che l’arte contrasti l’abbassamento culturale generale che si propaga attraverso i media di massa.

C’è un lavoro enorme da fare di rieducazione all’arte e alla polis di tutto il paese, a partire dalle generazioni più giovani, ma senza tralasciare nessuno lungo il percorso. Bisogna applicare delle politiche culturali serie e responsabili, che sostengano il teatro e la cultura in generale, spingendo i cittadini a farle proprie. E per farlo ci sembra che il rapporto tra l’arte e la polis non può che essere bidirezionale.

7. I teatri trasformati in ristoranti, venduti a progetti commerciali di privati. Questo accade ad esempio in una città come Venezia. Per nutrire l’anima e alleggerire le pance, nella bulimia dilagante, tornano a lottare poesia, filosofia teatro e musica, nella vostra idea di Polis. Non pensate che saranno le nuove generazioni, i bambini di oggi, i nuovi cittadini verso le nuove città? Come vedete la questione (grave, delicata) dell’educazione sentimentale e civica delle nuove generazioni?

Viviamo in tempi bui, in cui la politica si disinteressa del singolo e pensa soltanto a coltivare gli interessi di chi detiene il potere finanziario. Le nuove generazioni nell’affannosa corsa contro il tempo quotidiano si stanno dimenticando l’importanza dell’arte e della cultura per la crescita personale del singolo e lo sviluppo di una coscienza critica. In questo tempo in cui dilaga il disinteresse per la politica e la sfera pubblica, questa perdita è doppiamente pericolosa: non ci sono più ideali in cui credere, non esiste più un’etica del vivere comune e il primo ciarlatano è capace di assorbire il consenso delle fasce sociali più deboli, con discorsi e programmi che ci riportano spaventosamente a cento anni fa. Il teatro e l’arte in generale rischia di diventare un prodotto che nessuno vuole, al di fuori delle vetrine frequentate dalle élite alla moda. Dobbiamo darci da fare tutti quanti per fermare questo inesorabile declino.

8. I poeti dell’antica Grecia godevano di prestigio e di attenzione altissima. Oggi i poeti sono voci quasi sconosciute, che parlano spesso filtrate dalla musica, dal teatro, dal cinema. Credete che politica, festival, e il mondo culturale in sé, possano dare una voce diretta alla poesia, e come nel futuro di Polis?

La poesia è superamento attraverso il linguaggio dell’ordine precostituito delle cose. E questo vale sia per la poesia della parola che per la poesia di scena. È questa la sua forza. Gioca con un sistema di segni precostituito e alterandone la grammatica e la sintassi crea un nuovo ordine del mondo. La poesia è intrinsecamente rivoluzionaria ed è questa la sua potenza.

Quest’anno la poesia si è ritrovata a essere al centro del festival anche a livello di contenuti ma non sappiamo se lo sarà anche l’anno prossimo. Abbiamo già alcuni desiderata per il 2019, ma per il momento ci stiamo concentrando su questo inizio e soltanto dopo il festival vedremo come proseguire. Di certo se intendiamo la poesia in senso più ampio, come descritto poco fa, resterà comunque al centro di Polis perché è al centro del nostro fare teatrale, soprattutto del nostro percorso più orientato verso la musica, inevitabilmente diremmo, dato che si tratta di due sorelle che sono molto vicine.